
Karrasegare, a Bosa il carnevale si veste di nero e bianco
Il carnevale di Bosa (nel dialetto locale è chiamato “karrasegare”: in passato aveva inizio con la festa di Sant’Antonio abate, il 16 gennaio) si divide in due fasi. La prima è quella denominata “laldaggiolu”, la festa che precede il giovedì grasso. Nei primi giorni della settimana i bosani fanno la questua per organizzare un cenone in occasione dell’atteso evento. Nella giornata del giovedì grasso, gruppi in maschera girano per la cittadina cantando e ballando. Il sabato successivo, invece, è in programma la festa delle cantine, con una degustazione di piatti tipici bosani accompagnata da ottimi vini, tra cui l’eccellente Malvasia.
Il clou del “karrasegare”, però, si raggiunge per il martedì grasso. Si comincia di buon mattino, quando la popolazione si ritrova nel corso Vittorio Emanuele, la principale strada del centro storico. Intorno alle 10, i partecipanti (travestiti da donne in lutto: indossano abiti neri e hanno il volto annerito) intonano scherzosamente un lamento funebre chiamato “s’attittidu”. In braccio o in carrozzina portano una bambola appositamente mutilata: secondo la tradizione, nella notte precedente il martedì grasso, i bambini sarebbero stati abbandonati dalle madri, attratte dai bagordi per il carnevale. I mascheranti, intonando “s’attittidu”, chiedono ai passanti “unu tikkirighèddu ‘e latte” (un po’ di latte) per ristorare il bambino. Il tutto viene vissuto con simpatica goliardia, accompagnato da abbondanti bevute di vino rosso o Malvasia. All’ora di pranzo vengono imbandite alcune tavolate per invitare i visitatori a degustare la favata con il lardo di maiale.
All’imbrunire, i bosani indossano abiti o tuniche e cappucci bianchi. Girano per le strade del centro storico, alla ricerca del Giolzi Moro: è la rappresentazione della caccia al “karrasegare” che scappa e cerca di nascondersi. La festa si conclude di notte con il rogo con cui si brucia un enorme pupazzo che rappresenta Giolzi.




