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Le cittą scomparse  degli altri territori
 

Le cittą scomparse degli altri territori

Arborea

Dove oggi sorge Santa Giusta, tra l’VIII e il VII secolo a.C., i Fenici fondarono la città di Othoca, vicino a un villaggio edificato da popolazioni nuragiche a ridosso dell’omonimo stagno e comunicante con il mare. Othoca era una colonia sorta per volere dei commercianti giunti via mare dall’attuale Libano, per smerciare i loro prodotti e imbarcare materie prime da esportare altrove. Tuttavia, dal commercio si passò a un rapporto socioculturale molto più complesso e proficuo. Dello stesso periodo sono Bosa, Bithia e l’insediamento del Monte Sirai (Carbonia), oltre alle più note e importanti Karales (Cagliari), Tharros, Sulci (Sant’Antioco) e Nora. Ad Othoca, nascosta sotto le case di Santa Giusta, sono in corso scavi archeologici che stanno portando alla luce una città che ha conosciuto grande benessere.

Barigadu

Forum Traiani: era l’antica denominazione di Fordongianus quando, al tempo dei Romani (tra la fine del I secolo d.C. e l’inizio del II secolo d.C., cioè sotto l’imperatore Traiano, che volle una stazione militare al confine con le Barbagie), era un villaggio a pochissima distanza dall’attuale paese. Ma nel I secolo a.C. si chiamava Aquae Hypsitanae, con riferimento al fiume Tirso: il centro abitato era infatti sorto sulla sponda sinistra del principale corso d’acqua della Sardegna, laddove anche il popolo nuragico della zona aveva trovato le condizioni ideali per svolgere le sue attività.
Sotto la dominazione romana, Forum Traiani ha toccato il suo massimo splendore. Tra le testimonianze oggi maggiormente visibili ci sono le terme (dalla sorgente sgorga acqua a 54 gradi centigradi, utilizzata a scopi terapeutici: le prime piscine sono state costruite nel I secolo d.C., ma lo stabilimento termale è stato ingrandito nel corso del III secolo d.C.) e alcune porzioni di strade, acquedotti e persino di un anfiteatro della capienza di oltre 5.000 spettatori, nella piccola valle di Apprezzau. Il benessere di questo centro commerciale e agricolo è stato conservato anche sotto Vandali e Bizantini, ma nell’VIII secolo d.C. è iniziato il periodo di decadenza culminato con il trasferimento della sede vescovile da Fordongianus (che nel frattempo era stata ribattezzata Chrysopolis, che significa “città aurea”) a Othoca (Santa Giusta). Con l’avvento del Giudicato di Arborea, il paese ha preso il nome di Fortroiani.

Logudoro-Meilogu

Il villaggio di Rebeccu per la verità non è scomparso: semplicemente, si è svuotato dei suoi abitanti col passare del tempo, quando la popolazione della zona (nel XIV secolo) si riunì nella vicina e più moderna Bonorva. Un tempo fu capoluogo della curatorìa di Costaval. L’amministrazione locale, fortunatamente, ne ha avviato il recupero anche alla luce dell’interesse mostrato negli ultimi anni da molti villeggianti e turisti.

Montiferru

Per il villaggio di San Serafino, nel territorio di Ghilarza (di fronte alla parte terminale del lago Omodeo, praticamente nel confine con il Barigadu), vale il discorso fatto per Lollòve: è improprio parlare di “città scomparsa”, in quanto l’antico borgo è ancora fisicamente presente. Si anima soltanto in occasione di alcune feste, tra cui quelle di San Serafino e di San Raffaele, che richiamano centinaia di persone da tutto il territorio oltre ai proprietari delle case che circondano la bella chiesa in trachite. Un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato e che, soprattutto tra l’autunno e la primavera, è avvolto nel verde.

Sarcidano

A Nurri ci sono i resti della città di Biora, fondata dai Romani durante la loro permanenza nel Sarcidano, considerato un ponte di congiungimento tra il Campidano e la Gallura.

Sulcis-Iglesiente

Carbonia fu costruita in epoca fascista, nel 1937: rappresenta il più importante esempio di centro minerario pianificato d’Italia. Ma in antichità, la zona fu occupata dagli insediamenti fenici e, prima ancora, da popoli preistorici e nuragici. Sul Monte Sirai, che sovrasta il centro abitato, è possibile visitare i resti dell’insediamento costruito dai Fenici già nell’VIII secolo a.C., di una necropoli (interessante l’area adibita alla cremazione dei defunti) e un tophet (un’area sacra delimitata da un recinto: non è mai stato provato, come alcuni invece sostenevano, che fosse un luogo deputato ai sacrifici di sangue offerti alle divinità. È vero invece che venivano raccolte in urne cinerarie le ceneri dei bambini nati morti o deceduti in tenera età).

La cittadina di Sant’Antioco sorge dove la fondarono i Fenici nell’VIII secolo a.C., con il nome di Slky (il nome si pronunciava Sulky, addolcito dalla lingua latina in Sulci), anche se sono state trovate testimonianze di insediamenti nuragici. Vicino all’acropoli sono state rinvenute due statue in pietra raffiguranti i leoni a cui veniva simbolicamente affidata la custodia dei suoi abitanti. Nel 238 a.C. la città cadde in mano ai Romani, che sconfissero in battaglia l’esercito punico.
Nell’àmbito delle lotte per il potere tra Giulio Cesare e Pompeo, Sulci ebbe l’ardire di schierarsi con il secondo e per questo motivo subì una severa punizione: un destino che, invece, non toccò Karalis (l’attuale Cagliari), che sostenne da subito Cesare. Sulci successivamente fu sede episcopale ma, nel XIII secolo, la diocesi fu trasferita a Tratalias (vedi Chiese).
Non tutto è andato perduto: di grande interesse sono i resti delle fortificazioni, della necropoli punica attiva dal VI secolo a.C. (suggeriamo di visitare la cosiddetta “tomba dell’affresco”), delle catacombe (ipogei punici adattati e ampliati in età paleocristiana) e di un tophet. Buona parte degli oggetti rinvenuti durante gli scavi sono conservati al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e nel museo di Sant’Antioco. Si ritiene che Sulci abbia attraversato un periodo florido sotto il profilo economico sino alla dominazione spagnola, quando l’attività estrattiva calò bruscamente.

Nelle campagne di Guspini merita una visita Neapolis, la città fondata dai Cartaginesi intorno al VI secolo a.C., della quale restano i ruderi delle costruzioni edificate dai Romani centinaia di anni più tardi: alcune abitazioni, le terme, un acquedotto e persino la chiesetta ricavata da un edificio termale e dedicata a Santa Maria de Nabui. Neapolis era collegata a Metalla e ad altre città scomparse, nelle quali già allora era intensa l’attività mineraria.

Trexenta

Nelle campagne di Senorbì, sino al 1681, sorgeva il villaggio di Segolaj, che rimase disabitato a causa dell’ennesima epidemia di peste che aveva ridotto a poche decine gli abitanti del borgo. I superstiti si trasferirono nella confinante Senorbì e utilizzarono il materiale delle case di Segolaj per edificare le nuove abitazioni. La chiesetta del villaggio, tuttavia, rimase un punto di riferimento per gli abitanti della zona, al punto che si continuò a rinnovare i tradizionali festeggiamenti in onore di Santa Maria della Neve, in programma il 5 agosto. Successivamente, la chiesetta di San Nicola (patrono del villaggio) prese il nome di Santa Mariedda, come l’omonimo colle sul quale fu costruita.


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