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Monteponi, la regina  delle miniere  presenti in Sardegna
 

Monteponi, la regina delle miniere presenti in Sardegna

Con Montevecchio, quella di Monteponi (Iglesias) è una delle più importanti miniere d’Italia, sicuramente la principale della Sardegna. Fenici e Punici (probabilmente anche i popoli nuragici) individuarono le vene di minerali, i Romani furono interessati soprattutto al piombo (per produrre tubature per l’acqua) ma si deve ai Pisani il primo sfruttamento industriale certificato in quella località che un tempo era indicata con il toponimo di Monte Paone.

Con il passare dei secoli (e degli imprenditori che ne acquisirono la proprietà), furono costruite in tutta la zona – spingendosi sino a Villacidro – le fonderie per trattare i minerali estratti. Dopo il periodo di crisi attraversato tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, fu l’ingegnere ungherese Giulio Keller a dare nuova vitalità alla miniera di Iglesias. Ma fu con l’avvento del conte Carlo Baudi di Vesme alla presidenza della società che si ingrandì enormemente l’area di sfruttamento: furono infatti annessi i giacimenti conosciuti con i nomi di Campo Pisano e pozzo San Giorgio.

È stata sfruttata soprattutto per l’estrazione di piombo, zinco e argento. Da visitare la palazzina Bellavista (a partire dal 1865 ospitò gli uffici della direzione, oggi è sede universitaria), i pozzi Quintino Sella e Vittorio Emanuele, le laverìe che sono riuscite a resistere al tempo. Alcuni edifici, tra cui quello imponente dove si eseguiva l’elettrolisi dei metalli, sono sottoposti a radicali ristrutturazioni per sfruttarli quali strutture recettive o centri congressi. Nel 1985 anche il Papa Giovanni Paolo II volle visitare il sito e scese con i minatori nel pozzo P, a -200 metri, cioè poco più della sua profondità complessiva.

Sull’altopiano di San Giorgio troviamo l’omonima miniera: molto bello il pozzo dedicato a Santa Barbara e ribattezzato “sa macchina beccia” (la vecchia macchina), costruito nel 1870 e del tutto simile a un castello medievale, quasi a volerlo integrare idealmente – da un punto di vista architettonico – con le centinaia di antichi pozzi pisani disseminati nel territorio circostante.


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